Desenzano del Garda - Mar 18 Agosto 2026

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Lavagnone, nuovi reperti dal sito Unesco di Desenzano: «Ma il patrimonio archeologico è a rischio»

Lavagnone, nuovi reperti dal sito Unesco di Desenzano: «Ma il patrimonio archeologico è a rischio»

La campagna di scavi dell’Università di Milano riporta alla luce due preziosi reperti. Dopo siccità e allagamenti, però, gli archeologi chiedono interventi per proteggere il sito

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Il Lavagnone continua a restituire tracce preziose del passato, ma la conservazione di ciò che ancora si trova sotto la terra e la torba è sempre più legata alle condizioni ambientali. Lo riporta anche Brescia Oggi con un articolo di Silvia Avigo.

Nel sito archeologico di Desenzano del Garda, inserito dal 2011 nel Patrimonio dell’Unesco, la campagna di scavi di quest’anno ha portato alla luce nuovi reperti e soprattutto nuovi elementi per ricostruire la storia dell’abitato dell’Età del Bronzo. Allo stesso tempo, però, gli archeologi lanciano l’allarme sulle conseguenze dei cambiamenti nelle condizioni idriche dell’area.

Dopo lo stop del 2024 e del 2025, quando il bacino si era trasformato in uno stagno impedendo le attività di ricerca, l’Università di Milano ha potuto riprendere quest’anno il progetto avviato nel 1989. Dal 30 giugno al 31 luglio, archeologi professionisti e 14 studenti hanno lavorato sotto la guida della professoressa, ricercatrice e archeologa Marta Rapi.

Nonostante le condizioni difficili, con temperature e livelli di umidità al limite anche sotto la copertura che protegge il deposito archeologico, lo scavo ha dato risultati di particolare interesse. È emerso un abitato riconducibile all’avanzato Bronzo Antico, tra il 1800 e il 1600 a.C., caratterizzato ancora dalla presenza di strutture rialzate.

Il ritrovamento porta a rivedere una delle ipotesi finora formulate sul Lavagnone. Si riteneva infatti che in quella fase i villaggi palafitticoli avessero ormai lasciato il posto ad altre forme insediative. Le nuove evidenze suggeriscono invece che le strutture rialzate fossero ancora utilizzate.

Gli archeologi hanno inoltre analizzato i depositi cumuliformi, formati dagli scarti che venivano gettati nel laghetto dagli abitanti delle case costruite su pali.

Proprio da questi materiali è arrivato uno dei reperti più significativi della campagna. Si tratta di un vaso ginecomorfo quasi completo, realizzato in ceramica e caratterizzato da protuberanze a forma di seni.

Secondo Marta Rapi, potrebbe avere un significato legato alla vita. Una volta ricostruito, il reperto sarà destinato al Museo Rambotti di Desenzano.

La ricerca non si ferma qui. Il prossimo obiettivo degli archeologi è raggiungere il centro del bacino e, in particolare, la zona meridionale rispetto all’abitato, dove potrebbero essere state effettuate frequentazioni con finalità votive.

Insieme al vaso sono stati recuperati numerosi altri materiali: frammenti e reperti ceramici, resti di animali domestici e selvatici e cenere proveniente dalla pulizia dei focolari delle palafitte.

Ogni nuova campagna contribuisce a ricostruire un quadro più completo dell’Età del Bronzo al Lavagnone, un sito che ha già restituito testimonianze di eccezionale valore, dall’aratro considerato il più antico conosciuto alla piroga ritrovata nel 2018, definita un unicum, fino al successivo ritrovamento di un giogo.

La possibilità di continuare a leggere questa storia, però, oggi messa in discussione dalle condizioni del sito. La successione di periodi di siccità, innalzamento dell’acqua e successivo prosciugamento del bacino rischia di compromettere un deposito che per migliaia di anni è stato protetto proprio dall’ambiente umido.

«La siccità distrugge i reperti che necessitano di essere conservati in una situazione di umidità costante. Ma se l’acqua sale e scende e copre il piano di calpestio si producono dilavamento ed erosione, la conservazione è comunque compromessa», spiega Marta Rapi.

Per gli studiosi servirebbe un intervento coordinato tra Soprintendenza, Comune e Università, con un monitoraggio delle condizioni del sito e l’individuazione delle soluzioni più efficaci per la sua tutela.

Tra le ipotesi indicate c’è anche il ripristino del deflusso naturale delle acque, attraverso la pulizia dei canali già presenti.

L’obiettivo è evitare che un patrimonio archeologico rimasto conservato per millenni possa andare incontro, in tempi molto più brevi, a un deterioramento irreversibile.

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