La storia professionale di Paolo Pederzoli comincia a Peschiera del Garda, in quella struttura sanitaria che il padre Piero aveva contribuito a costruire nel secondo dopoguerra, e arriva fino ai vertici della chirurgia italiana.
In mezzo, una lunga carriera dedicata soprattutto al pancreas, una scuola di specialisti diventata un riferimento nazionale e un modo di intendere la medicina fondato sulla collaborazione tra competenze diverse.
Il professor Pederzoli è morto nella mattinata di giovedì 6 agosto, a 84 anni. Avrebbe compiuto 85 anni alla fine del mese. Da circa un anno e mezzo affrontava problemi di salute che lo avevano portato anche a periodi di dialisi, prima a Borgo Trento e poi a Peschiera, dove era stato seguito proprio da molti dei colleghi con cui aveva condiviso una parte della sua vita professionale.
Una circostanza che, racconta la figlia Chiara Pederzoli, ha mostrato anche il lato più personale del rapporto costruito dal padre con chi gli stava intorno.
«Papà aveva il raro dono dell’empatia. Per me è stato un piacere vedere in quest’ultimo periodo la corrispondenza di affetto e simpatia nel volto di tutti coloro che lo hanno aiutato e seguito. Volevano ricambiare quello che lui aveva dato come amico, collega e medico».
Paolo Pederzoli era nato nel 1941 a Conegliano Veneto, dove il padre Piero, medico, lavorava come aiuto in chirurgia. Fu però sul Garda che la famiglia avrebbe lasciato un’impronta destinata a durare nel tempo.
Nel dopoguerra Piero Pederzoli gettò infatti le basi dell’attuale ospedale di Peschiera. All’inizio era una realtà quasi artigianale, ospitata in una villetta vicino alla stazione: pochi professionisti, alcune infermiere e la possibilità di operare, assistere parti e curare i pazienti del territorio.
Tra il 1949 e il 1950 quella prima esperienza si trasformò in una casa di cura con una trentina di posti letto, nello stesso luogo dove oggi sorge l’ospedale Pederzoli.
Paolo e il fratello Vittorio avrebbero poi raccolto quell’eredità, accompagnando la crescita della struttura. Oggi l’ospedale conta circa 1.200 collaboratori e una media di 70 interventi chirurgici al giorno.
Ma è soprattutto a Verona che Paolo Pederzoli avrebbe lasciato il segno più importante sul piano scientifico.
Al Policlinico di Borgo Roma, dove ha lavorato fino alla pensione, Pederzoli costruì una scuola specializzata nella chirurgia del pancreas, facendola diventare uno dei principali punti di riferimento italiani per il trattamento delle patologie pancreatiche.
Dal 2002 era inoltre titolare della cattedra di Chirurgia generale dell’Università di Verona. Ma contributo non si limitò alla tecnica chirurgica.
Una delle intuizioni che gli vengono maggiormente riconosciute riguarda il modo di affrontare i casi più complessi: mettere attorno al paziente specialisti diversi, capaci di confrontarsi e prendere insieme le decisioni.
«Papà sapeva costruire ponti», spiega la figlia. «Forse la vera novità che ha saputo introdurre è stato l’approccio multidisciplinare in ambito chirurgico, ossia la capacità di unire competenze diverse per il bene del paziente».
Una filosofia che negli anni ha prodotto una vera scuola. Tra gli specialisti formati nel suo percorso ci sono Massimo Falconi, oggi alla guida dell’Unità di chirurgia del pancreas, Claudio Bassi, scomparso tre anni fa, e Giovanni Butturini, chirurgo pancreatico dell’ospedale Pederzoli.
«È stato un antesignano con questa sua visione della multidisciplinarità su un organo unico», ricorda Butturini. Il gruppo creato da Pederzoli a Borgo Roma quarant’anni fa, aggiunge, è arrivato oggi a riunire un centinaio di professionisti.
Tra i ricordi dei suoi allievi c’è anche un episodio che racconta bene il carattere del professore.
Di fronte a un paziente con una grande massa addominale, Pederzoli decise di non intervenire personalmente e lo indirizzò a Giovanni Serio, collega e amico con maggiore esperienza per quel particolare tipo di problema. Una scelta precisa: mettere le proprie competenze al servizio del paziente, anche quando questo significava lasciare il bisturi a un altro chirurgo.
«Bisogna pensare prima di tutto al bene del paziente: il pancreas è difficile da fare, bisogna concentrarsi su quello e il resto lasciarlo a chi ha più esperienza», gli avrebbe detto. E per Butturini, quella frase è rimasta una lezione di umiltà professionale.
Del resto, Pederzoli era diventato negli anni il chirurgo a cui venivano affidati anche i casi più difficili, tanto da essere conosciuto come il “chirurgo dei casi disperati”.
Nel suo studio passarono anche personaggi molto noti della politica e dello spettacolo. Tra questi Mariangela Melato, che il professore ricordava con particolare affetto, e Luciano Pavarotti, che si rivolse a lui attraverso il proprio medico. Nel caso del tenore, però, la malattia era ormai troppo avanzata.
«Papà era vicino a tutte le persone, indipendentemente da quale fosse la loro origine», racconta Chiara. «Si approcciava a tutti nella stessa maniera, con umanità condita da simpatia. Era un uomo che faceva tante battute, sdrammatizzava anche con i casi più disperati».
La scuola di Pederzoli ha continuato a vivere anche dopo il suo ritiro. I professionisti formati al suo fianco hanno portato avanti quel metodo in altri ospedali, contribuendo a mantenere Verona tra i centri di riferimento per la chirurgia pancreatica.
Anche a Peschiera il suo nome resta indissolubilmente legato alla storia dell’ospedale.
Nel messaggio di cordoglio, la struttura lo ha ricordato come «un punto di riferimento professionale e umano di inestimabile valore», sottolineandone il rigore clinico, la passione per la cura e la profonda umanità.
Un’eredità che, nelle parole della figlia, va oltre i risultati scientifici: «Questa volontà di fare squadra ha portato a grandi risultati e ha permesso di gemmare medici che poi sono andati a lavorare in altri importanti ospedali».
E forse proprio quel “fare squadra” è il tratto che meglio riassume la figura di Pederzoli: un medico che ha contribuito alla crescita della chirurgia pancreatica italiana, ma che ha lasciato dietro di sé soprattutto una comunità di professionisti, pazienti e colleghi che ne ricordano la competenza insieme alla capacità di guardare prima alla persona e poi alla malattia.
I funerali saranno celebrati sabato 8 agosto, alle 10:00, nella chiesa di San Martino, in via Ferdinando di Savoia, a Peschiera del Garda.






